Warcraft, l’inizio. Il fantasy che non convince.

xwarcraft-.jpg.pagespeed.ic.EtlLPzfF2oE’ difficile cominciare una recensione con una ammissione di bipolarità. Sono uno scettico del fantasy, trovo noioso allo sfinimento “Il trono di spade” in versione serie tv e insostenibile la sua versione cartacea. Ho studiato Tolkien con la più grande serietà e rispetto, ma con ben pochi brividi ed emozioni. D’altra parte i videogames della Blizzard sono stati parte integrante della mia adolescenza videoludica. Ho giocato e amato Warcraft 1, 2 e 3 e ho avuto persino il mio account in world of warcraft. Facevo l’elfo, per la precisione.

Insomma, per farla breve, dall’annuncio del film ero parecchio combattuto: l’ennesimo polpettone fantastico o finalmente qualcosa di innovativo?

Duncan Jones (il figlio di David Bowie, per la cronaca) alla regia e alla scrittura, dopo il meraviglioso “Moon”, faceva ben sperare.

Il risultato non è nessuna delle due cose.

“Warcraft, l’inizio” è un film formalmente impeccabile. La storia si dipana con una precisione e una pulizia senza sbavature, i personaggi sono tracciati con pochi e precisi colpi di telecamera. Spazio e geografia sono suggestioni perfettamente introdotte senza inutili dettagli e perdite di tempo, le scene di battaglia essenziali, efficaci. Se proprio si vuol trovare un difetto alla regia si potrebbe citare l’abuso di computer grafica (il ruolo fondamentale degli orchi lo rende di fatto un film di animazione con la compresenza di attori in carne e ossa), ma sarebbe una critica un po’ ingiusta a una necessità strutturale del film. Anche il cast, senza star di primo piano, è assolutamente centrato, con il ruolo di spicco di Travis Fimmel (il Ragnar della serie TV Vikings), come al solito a suo agio con barba, spadone e sorriso psicopatico che mi dicono faccia impazzire le donne, siano esse umane o, a quanto pare, mezze orchesse.

Cosa c’è che non va, quindi?

La noia, signore e signori, la noia. Il film ci regala tutti i cliché possibili e immaginabili: stregoni sedotti dalla magia nera, i guerrieri e il loro onore, l’ufficiale valoroso che sai già farà una fine orribile, la famiglia che tengo famiglia anche se sono orco, persino l’amore impossibile tra razze diverse come neanche i Montecchi e i Capuleti dei tempi migliori. Due ore e rotte di film che ti lasciano stremato per la loro ovvietà telefonata, tanto che sai perfettamente cosa succederà a chi fin dai primi quindici minuti. Quando avevo tredici o quattordici anni scrissi un fantasy (fortunatamente poco più tardi sopraggiunsero i primi sintomi della maturità e lo tenni nascosto) e, bene o male, a personaggi analoghi succedevano cose analoghe. Non che il buon Bowie Jr abbia copiato me, è che entrambi abbiamo copiato tutti gli altri. La grande debolezza del fantasy “epico” moderno è proprio questa: libero dai lacci della realtà, i nuovi autori l’hanno rinchiuso in un recinto tracciato dai mostri sacri del genere (l’innovazione di George Martin, di ammazzare un po’ tutti a caso, resta un po’ poco). In sostanza, degli infiniti mondi a disposizione per questi voli di fantasia ne è stato selezionato uno solo, di fatto non troppo distante da quello standardizzato da J.R.R Tolkien.

“Warcraft, l’inizio” resta dunque un film divisivo: gli amanti del genere ne saranno sicuramente soddisfatti, dato che troveranno tutti i temi a loro cari. Allo stesso modo i perplessi lasceranno il cinema ancora più perplessi, dato che vi troveranno ogni ovvietà e luogo comune di genere debitamente esaltati. Per chi come me invece sta in mezzo, vi troverete invece impegnati a gestire l’espressione a punto di domanda, combattuti tra la voglia di riprendere in mano warcraft 2 (il capolavoro della serie videoludica, del 1995 o giù di lì) e quella di mettervi a predicare brani di Svevo  e di Verga in un forum qualsiasi del Signore degli Anelli.

Per concludere, un film stilisticamente rimarchevole, ma non si può non rimproverare a Duncan Jones il poco coraggio dimostrato: aveva l’intero mondo di Azeroth a disposizione, l’ha reso banale come una Versilia qualsiasi.

Chissà se gli orchi mangiano caciucco.

 

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